Articoli e Approfondimenti

 

Karuna Graziella Cinelli - Sona (Verona)
Tel. 348 7041071 - Email: [email protected]

I miei articoli:

 

Perchè l'aquila?

Che cos'è inquiry o auto-esplorazione?

Giudice Interiore

Libertà: il centro è la vera risorsa

Immagine e Spazio

Compiacenza

Ansia da prestazione

Dalla competizione alla bellezza

Il Valore nel femminile

Essere Donna: Essere Valore

 

Perchè l'aquila?

 

L'aquila è un simbolo di energia vitale, di solarità, di coraggio, di libertà, di potenza.

 

L'aquila mi rimanda allo spazio, alla capacità di muovermi nello spazio, di cambiare direzione, di avere una ampia prospettiva, di elevarmi.

 

Fare i conti con il giudice interiore, che è parte basilare del mio lavoro e superare il condizionamento ricevuto, comporta un'apertura, un'espansione della prospettiva: dai confini angusti in cui l'auto-giudizio tende a rinchiudere, alla spaziosità della consapevolezza che integra ogni cosa.

 

Il coraggio è necessario. Innanzi tutto il coraggio di dire la verità a se stessi.

 

I confini, le limitazioni, spesso sono dati dal non riconoscere che ci stiamo proteggendo con idee, pregiudizi, credenze che possono anche corrispondere a modelli di bontà, di come ci si deve comportare, come ci si deve sentire, ma non necessariamente sono in linea con la nostra esperienza del momento.

 

Guardarsi dentro e dirsi la verità è un passo fondamentale.

 

Chiedersi: "Qual'è la mia verità in questo momento? Cosa sento davvero? Al di la di ciò che tutti ritengono giusto/sbagliato, accettabile/non accettabile, cos'è vero per me ora?".

 

Sostenere la propria verità è l'ulteriore passo. Questo porta con sè dignità, naturalezza, regalità, proprio come il volo dell'aquila.

Per fare questo è necessario un ingrediente che ciascuno di noi ha a disposizione: assumersi la responsabilità di se stessi.

Respons-abilità intesa come abilità a rispondere, non è un gravame, un peso, viceversa, respons-abilità, è un'azione chiara, efficace che comprende più possibilità, punti di vista aperti, libertà di essere.

 

Il giudice interiore chiude lo spettro di possibilità, ci mantiene in uno stato infantile di reazione e comportamento dove c'è uno sgravio dalla responsabilità che finisce per essere letta o nella sua accezione di colpa, o come un'azione che spetta a qualcun altro; così come quando eravamo bambini, la responsabilità era compito di papà e di mamma.

 

Ciò che allora, nell'infanzia, era una condizione necessaria, da adulti diventa una posizione di comodo che ci rende vittime delle situazioni.

 

Nel guardare un aquila mi arriva immediatamente un senso di libertà, andare oltre i confini, librarsi al di sopra del conosciuto e contemplare "altro".

 

L'ampia prospettiva dell'aquila comprende più territorio. Più vasto è il territorio dove ci muoviamo all'interno di noi, al di là del condizionamento, superando linee al di là del senso comune, che magari non ci corrisponde più, che abbiamo assimilato per imitazione, per stare al sicuro, per sopravvivere, più entriamo in contatto con nuove risorse per fare fronte al quotidiano da una dimensione di maturità e libertà.

 

Il terzo passo è comunicare agli altri la propria verità. Per questo insieme alla respos-abilità, è necessario ancora il coraggio, come quello dell'aquila che spicca il volo da alte rocce.

 

Le alte rocce indicano gli stretti confini da lascirsi alle spalle, per esempio l'idea che se comunico, se mi espongo verrò giudicata, ferita, non compresa, respinta... l'aquila indica il coraggio di farlo, prendersi il rischio di essere se stessi, magari compiendo un gesto di rottura con il passato, nella direzione che essere veri, in sintonia con noi stessi, significa recuperare la nostra individualità e integrità.

 

Che cos'è inquiry o auto-esplorazione?

 

Nel mio lavoro, parte fondamentale della metodologia è l'inquiry. Uso inquiry sia nei corsi che nelle sessioni individuali con risultati sorprendenti.

 

La parola inglese inquiry contiene molti significati : ricerca, esplorazione, inchiesta, investigazione che nella traduzione italiana si perdono in quanto non esiste un termine che li comprenda tutti. La parola auto-esplorazione si avvicina maggiormente a inquiry. Nelle prossime righe cercherò di dare una spiegazione ampia di questo metodo che ha portato nella mia vita prima di tutto e in quella di molte altre persone uno strumento efficace di comprensione e consapevolezza.

 

Nell'inquiry, nell'auto-esplorazione impariamo a farci delle domande.

 

Perchè farsi domande?

Per conoscere noi stessi in profondità, per uscire dallo scontato, per darci nuove possibilità, per entrare in contatto con il nostro Essere.

Per renderci conto che tutto ciò che ci accade non solo è una grande possibilità di crescita ma che noi stessi siamo artefici della nostra realtà, la creiamo attraverso pensieri, credenze, abitudini, giudizi, atteggiamenti.

 

Nell'inquiry entriamo nell'esplorazione delle domande con un atteggiamento di apertura rispettando alcuni elementi che fanno dell'inquiry qualcosa di molto prezioso. Inquiry è un movimento dinamico che comprende più dimensioni: corpo, sensazioni, emozioni, mente, intelletto, intuizione, presenza, riconoscimento, ci porta a comprensioni nuove e immediate.

 

Gli elementi con i quali esploriamo e ci interroghiamo sono:

 

Un elemento essenziale per eslplorare noi stessi, le nostre abitudini, comportamenti, il nostro rapporto con gli altri, è l'intenzione e la volontà di conoscere la verità.

 

E' un prerequsito irrinunciabile in quanto nel momento in cui ci accostiamo alla domanda, con la volontà di dirci la verità, la domanda acquisisce senso, la vogliamo riferire a noi stessi, portarla vicino alla nostra esperienza.

 

Un altro elemento necessario è l'apertura a tutto ciò che si manifesta e si fa luce, anche a cose spiacevoli che possono emergere.

 

A volte le persone mi dicono di avere timore a guardarsi dentro, timore di trovare qualcosa di sbagliato che non riusciranno a gestire. Non è così. Questa è una delle scuse che usimo per evitare di interrogarci, di volgere lo sguardo all'interno.

 

Abbiamo passato una vita a cercare fuori di noi, concompensazioni, giustificazioni, scarico di responsabilità, che lo spostamento verso l'interno, verso noi stessi, all'inizio non è facile e nelle prime fasi può essere doloroso.

 

Poi diventa un'avventura, ci si innamora del vero e si scopre che per incontrare il vero è necessario fare i conti con il falso. La nostra personalità va conosciuta nel suo funzionamento, scoprirne l'automaticità è fare i conti con il falso, da questa comprensione impariamo a vivere la dimensione della personalità in aderenza con il nostro sentire nel presente, con la nostra verità ORA e diventiamo sempre più autentici, integri.

 

Abbiamo molte risorse e la verità ce le fa incontrare.

 

Non c'è nulla di sbagliato in noi stessi, anzi, la felicità che tutti cerchiamo, il benessere, sono strettamente collegati all'accettazione di noi stessi per quello che siamo. Vedere i nostri limiti e come li manteniano per sopravvivere, è il primo passo verso la manifestazione delle nostre potenzialità.

 

Se castriamo noi stessi con giudizi di inadeguatezza per esempio, come possiamo avere un lavoro che ci soddisfi, che ci piaccia?

Abbiamo imparato a separare la realtà con delle linee ben precise: mi piace/non mi piace, giusto/sbagliato, giudizi, commenti rispetto a noi stessi e agli altri, creando separazione attraverso il binomio accettabile/non accettabile. Così facendo ci siamo soprattutto separati da noi stessi, da parti di noi non accettabili, le teniamo nascoste non solo agli altri, a noi stessi e le agiamo inconsciamente, accumulando “spazzatura interiore”.

 

Inquiry è fare pulizia negli angoli più reconditi, è dare aria alle cose, sentirle, vederle in una prospettiva che non è quella della condanna o del rifiuto, bensì della respons-abilità di assumere ciò che c'è per quello che è: Ah! E' così! Con che cosa ha a che fare questo con me? Come lo creo? Come faccio finta? Come mi posso sostenere nel momento in cui scopro di funzionare in maniera distorta, limitata, che va contro la mia soddisfazione, la mia gioia?

 

L'apertura unifica la realtà là dove il giudizio separa.

Inquiry riporta ordine, chiarezza, allineamento, verticalità.

 

Un altro elemento è la curiosità. Diventiamo curiosi di scoprire, curiosi di conoscere noi stessi nelle mille sfaccettature che si presentano, curiosi di vedere cos'è la nostra personalità, come funziona, da cosa è sostenuta, curiosi di scoprire dimensioni che vanno oltre la personalità, che hanno a che fare con il nostro Essere, come la Gioia, la Pace, la Forza, l'Amore gentile, la Volontà e che si presentano sempre di più a mano a mano che prendiamo confidenza con la tecnica.

 

La curiosità presuppone il non sapere.

Entriamo nella domanda con l'apertura del non sò che mette a soqquadro le credenze, le idee, i pregiudizi rispetto a noi stessi. Niente è scontato. Non sò è un atto di umiltà e di resa.

 

La conoscenza che abbiamo accumulato è relativa al passato, a memorie, immagini, eventi e interpretazioni, portarla meccanicamente nel presente significa dare per scontato che le cose siano in un certo modo. Questo ci può allontanare da una esperienza vera, reale, immediata, creativa con il presente inteso come questo momento, qui ora. La nostra realtà quotidiana è fatta per la maggior pate di reazioni, per questo viviamo nel conflitto. Continuamente il passato viene proiettato sul presente.

 

Per conoscerci, abbiamo bisogno di presenza, di attenzione.

 

Quando facciamo inquiry portiamo attenzione al corpo, a quello che accade nel corpo mentre esploriamo. Il corpo diventa la nostra ancora nel presente. Qualunque pensiero, emozione, sensazione, immagine e memoria è presente nel corpo come tensione, temperatura, espansione, senso dello spazio; il corpo si esprime, ci parla attraverso sintomi che impariamo a riconoscere.

 

Per esempio un giudizio sul nostro valore personale ha una manifestazione nel corpo con una particolare tensione. Magari non siamo consapevoli del giudizio, eppure la tensione è lì e ci da una indicazione. Ecco perchè l'apertura è necessaria. Se evito la tensione in quanto dolorosa, non scoprirò mai la sua funzione.

 

Così un sintomo di espansione nel corpo ci può agganciare a un senso di vitalità, di forza, di coraggio. Se non prestiamo attenzione al corpo, possiamo avere molte idee e definizioni di cos'è il coraggio nello stesso tempo manchiamo l'essenziale, manchiamo la nostra personale esperienza del coraggio, come si manifesta in noi stessi il coraggio in quel particolare modo, assolutamente unico.

 

Questo passaggio è un salto possibile a tutti: dalla mente che definisce in base a canoni del dover essere, all'esperienza diretta della realtà per quella che è.

Allora la vita acquisisce nuovo sapore, l'esplorazione diventa un'avventura, c'è un profondo senso di libertà, di possibilità, di fiducia, di risorse.

 

Giudice Interiore

 

Il Giudice interiore è l'ostacolo fondamentale al riconoscere pienamente il nostro valore, la nostra vera natura, la libertà che abbiamo e siamo.

 

Attraverso l'auto-giudizio e la svalutazione, attraverso il paragone e le idee preconcette, il giudice ci mantiene nella sopravvivenza, nel compromesso, nello status quo della personalità condizionata.

 

Ciascuno di noi, non solo merita ogni bene e felicità, ne ha il pieno diritto. Apriamo gli occhi su questo mondo con la curiosità e meraviglia della scoperta. Con l'andare del tempo perdiamo curiosità e meraviglia adattandoci a vivere in anguste stanze di una casa che non ha pareti se non quelle che il giudice ci fa vedere come tali.

 

Perdiamo il contatto con il nostro essere, con il sentire, perdiamo la libertà di rispondere alle circostanze e reagiamo automaticamente entrando in un circolo vizioso che ci frammenta, dove la responsabilità è scaricata su qualcun altro: storia personale, genitori, società, vita.

 

Il Giudice interiore crea continuamente confini basati sul giusto/sbagliato, accettabile/non accettabile. Confini che ci dicono chi siamo attraverso definizioni e immagini di noi stessi e del mondo; confini che diventano linee guida di comportamento (questo si fa, questo no) binari di strade conosciute dove il dover essere è il navigatore automatico della nostra esperienza interiore. Il Giudice è la castrazione di desideri, pulsioni, sensazioni, energia vitale, aspirazioni, creatività.

 

Conoscere il Giudice è recuperare la piena libertà di essere chi siamo, è uscire da una ipnosi collettiva e personale che proietta il passato sul presente, porta all'esperienza di noi stessi interi, unici, appassionati e VIVI.

 

Libertà: il centro è la vera risorsa

 

Ho riconosciuto l'aspirazione alla libertà molto presto, mi ha accompagnata per tanti anni. Nella fase dell'adolescenza si esprimeva nella ribellione a mia madre e al suo controllo. Era in particolare la libertà da lei che volevo, immaginavo la mia vita lontano dalla sua presenza soffocante, come un paradiso di godimento e di felicità.

 

Crescendo, anche se fisicamente lontana da lei, portavo in me la storia, o meglio l'interpretazione di un vissuto che continuava ad esistere non solo a livello di memoria, riguardava le emozioni, il sentire, il piano energetico, il modo con cui mi relazionavo, comunicavo, riguardava tutti gli aspetti della mia realtà. Portavo dentro mamma e papà i loro valori, le credenze, il loro senso del dovere, i comportamenti, le abitudini, senza che me ne accorgessi. Anzi avevo l'impressione di essermi sganciata da loro prendendo strade diverse, per certi versi, opposte.

 

Più tardi mi sono resa conto che l'espressione del mio essere era bloccata, non mi conoscevo veramente. La libertà era ancora lontana nonostante in apparenza le mie azioni fossero libere da mamma, dal suo controllo diretto e da papà.

 

Incontrare il lavoro sulla “Libertà di essere se stessi e il giudice interiore” ha portato una grande trasformazione nella mia vita personale quotidiana e professionale. La comprensione che il condizionamento ricevuto nell'infanzia, dall'ambiente famigliare, crea una fondamentale separazione da se stessi, da parti rimosse, allontanate dalla coscienza che rimangono imbrigliate e inconsce, mi ha dato modo di interrogarmi. Valorizzare il mio sentire, qualunque fosse, in modo da percepirmi dalla prospettiva della verità invece che dalla prospettiva del giudizio, della negazione e limitazione ha accelerato un cambiamento profondo che era già in atto.

 

La prospettiva della verità è stato un passo decisivo verso me stessa, lo è per chiunque voglia intraprendere e proseguire il viaggio di ritorno dal condizionamento alla libertà. Nei corsi che l'Istituto IBI offre, uno dei pilastri fondamentali della metodologia del lavoro è: l'accettazione.

 

Accettare ciò che si manifesta è apertura, è uscire dal controllo che il giudice opera, attraverso giudizi di non accettabilità, tenendo così relegati nell'inconscio, sentimenti, emozioni, desideri.

 

Quando ho iniziato a fare inquiry e aprirmi mi sono accorta che la mia femminilità era stata penalizzata nella sua manifestazione, il mio giudice, papà, la considerava una debolezza. D'altro canto, mia madre mi aveva dato modelli di femminilità che corrispondevano a privazione, scarsità e sacrificio, il che era un'ulteriore motivo per assumere comportamenti che la negavano.

 

Scoprendolo ho visto che la mia vita era sforzo continuo per dimostrare che ero forte, all'altezza delle situazioni e ho sentito tutto il dolore che questo mi dava, che era lì da qualche parte insieme alla frustrazione per essermi allontanata da una qualità così preziosa per me, in quanto donna.

 

E' vero che aprire fa emergere dolore. E' un avvertimento che il giudice usa spesso per controllare l'accesso all'inconscio. Di solito le prime fasi sono le più dolorose. E' altrettanto vero che l'espansione della consapevolezza porta con sè le risorse che sostengono nella scoperta, come compassione, amore e fiducia. Ciò che sperimento e vedo continuamente accadere a tante persone è che la prospettiva della verità riduce progressivamente, la distanza tra chi crediamo di essere e chi siamo veramente, fino a portarci nella gioia e nel rilassamento dell'esperienza diretta di noi stessi, così come siamo. Questa per me è libertà.

 

Il condizionamento non è qualcosa di statico che appartiene solo al passato, continua a ripetersi e riaggiornarsi nel corso del tempo. Tutte le figure di autorità che incontriamo, compresi i maestri spirituali, vengono riadattate, inglobate nella nostra vita, creando un binario comportamentale limitante fondato sul “dover essere” e dipendenza.

 

Il giudice fa il possibile per garantirci la sopravvivenza, per farci sentire al sicuro. Ci da parametri di accettabilità più o meno confezionati a seconda del momento, della persona di riferimento, per ottenere approvazione, amore, un senso di appartenenza, alla famiglia, alla società, alla comunità dei ricercatori spirituali. Finchè il nostro riferimento è il giudice interiore, con i suoi commenti, giudizi, valutazioni, lo vedremo anche fuori, proiettato su amici, famigliari, colleghi di lavoro, maestri e su chiunque rappresenti un ruolo di autorità.

 

Il nostro valore sarà in funzione di qualcun altro, non solo a scapito della nostra espressione vera e libera, che è un alto prezzo da pagare, bensì a scapito dell'esperienza fondamentale che “Io sono valore”.

 

L'auto-riconoscimento “Io sono valore” pone fine al conflitto interno sostenuto dal giudice e ricongiunge al nostro Essere, alle modalità spontanee che la nostra intelligenza intrinseca conosce per far fronte alle circostanze e funzionare nel migliore dei modi. Noto che sempre di più mi apro alla fiducia che ha preso un nuovo significato: sono in grado di esistere e sostenermi attingendo a risorse che si presentano nel momento stesso in cui sono necessarie.

 

E' un percorso graduale che richiede presenza, perseveranza nel difendersi consapevolmente dal giudice e il coraggio di prendersi la responsabilità della propria vita momento dopo momento.

 

La responsabilità è un punto fondamentale dove molte persone rimangono bloccate a lungo. Hanno consapevolezza dei vari meccanismi, delle difese automatiche, delle compensazioni, della storia personale e delle sue influenze sul presente, riconoscono gli attacchi del giudice e relativi sintomi eppure, non accade un tangibile cambiamento. Come mai?

 

L'abitudine a vivere nel circolo vizioso dove il giudice ci mette è profondamente radicata in ciascuno di noi, è il territorio che maggiormente conosciamo e viviamo, nonostante i limiti, la sofferenza, la mancanza di piacere e valore che ne viene. L'attaccamento e l'identificazione con la storia personale, con l'immagine di sè che si è costruita nel tempo, sono gli ostacoli con i quali fare i conti. Il bambino, per quanto accentratore di attenzione, in quanto bisognoso di cura e affetto, è nella dipendenza totale dai genitori. Uscire da questa dipendenza ci fa diventare adulti e responsabili di noi stessi.

 

La responsabilità richiede uno spostamento fondamentale da fuori a dentro: dal giudice alla propria energia con l'intenzione ferma di volerla mantenere viva in modo da sentirci VIVI.

 

La sopravvivenza è fatta di strategie per non sentire, è monotona, ci taglia fuori dall'esperienza immediata della realtà, è castrazione dell'energia vitale. Nello stesso tempo, se la guardiamo dalla prospettiva del bambino, comporta una serie di vantaggi in termini di:

 

Nessuno di noi è immune da questo, quel bambino che siamo stati è qui, non ha importanza l'età di oggi, la reazione automatica a qualunque situazione è pronta e precisa. E' necessario praticare costantemente la difesa consapevole dal giudice, non solo averne coscienza a livello mentale.

 

La pratica è allenamento continuo, è stare all'erta, è non permettere al giudice di manovrarci, di prendere il posto della nostra volontà.

 

La pratica è allineamento, è riconoscere e attuare i nostri progetti è entrare nella vita quotidiana con integrità, amore, con passione. Richiede coinvolgimento diretto, che spezza l'abitudine, il comodo, lo scontato. Per questo non è facile, per questo a volte ci blocchiamo e preferiamo sopravvivere piuttosto che rischiare.

 

L'imput alla difesa consapevole dal giudice non può venire solo dall'applicazione di una tecnica imparata leggendo un libro o partecipando a un corso. E' dal centro del nostro essere che troviamo la forza di essere noi stessi, la tecnica è un mezzo. E' dall'integrità del centro che nasce il ruggito che spezza il condizionamento, non dalla tecnica in sè.

 

Conoscere il giudice interiore da dove nasce e le sue implicazioni sul presente, toglie di mezzo uno dei più grandi ostacoli alla realizzazione di sè. Apre la via di contatto con il centro, e da qui, accade una risposta piena, presente, sana che non ha nulla di scontato, qualunque essa sia, riconosce e attua chi siamo veramente. Da questa prospettiva anche le tecniche acquistano un nuovo posto e significato in quanto diventano il mezzo per entrare nel centro.

 

Tutte le tecniche di centratura, radicamento, meditazione che coinvolgono il corpo, non sono solo posture fisiche, richiamano l'energia verso l'interno, cambiano immediatamente il focus da fuori a dentro, da lì a qui. E' l'intenzione di essere noi stessi che coltiviamo e l'intenzione ci da sostegno e la direzione verso il centro.

 

Nutrendo il centro, il giudice che sta alla porta perde potere e diventa sempre più mansueto, perde aggressività e anche il nostro rapporto con lui e con chi rappresenta si trasforma. Il centro è la vera risorsa.

 

Articolo di Karuna pubblicato in: “La libertà di essere se stessi: conflitto tra dovere e essere” di Avikal Costantino ed: Tecniche Nuove 2013.

 

Immagine e Spazio

 

La percezione che abbiamo dello spazio è in stretta relazione alle immagini che abbiamo di noi stessi e al nostro attaccamento ad esse. Il giudice interiore sostiene e consolida la nostra immagine per darci un senso di identità, appartenenza e un'apparente sicurezza.

 

L'attaccamento/identificazione all'immagine porta con sè la sensazione fisica ed energetica di non avere abbastanza spazio, dentro e fuori. L'attaccamento all' immagine impedisce l'esperienza del reale nella sua totalità e limita l'esperienza dello Spazio.

 

Per esempio la credenza di essere timido crea un'immagine interna di me rispetto alla timidezza, fatta di emozioni, sensazioni, difese energetiche, postura del corpo, che diventa un vero e proprio confine. Eviterò situazioni in cui posso espormi, comunicare, entrare in contatto con gli altri e quando mio malgrado mi troverò in tali situazioni, mi sentirò inadeguato, impacciato, chiuso in uno spazio stretto. Se sono attaccato all'immagine di essere forte, eviterò di sentire vulnerabilità e/o di mostrarla. Nel momento in cui la mia vulnerabilità diventasse evidente cercherò di proteggerla, magari con la rabbia, in modo che l'immagine di me forte sia salva.

 

Qualunque cosa il giudice consideri non accettabile, diventa un confine che protegge la nostra identità, chi crediamo di essere, limitando l'esperienza di noi stessi sia interiore che con gli altri. Più forte è l'attaccamento all' immagine, più solido è il confine, più sentirò di vivere in uno spazio angusto.

 

La consapevolezza di quali siano le linee di confine personali ci da anche la consapevolezza delle nostre immagini e dell'attaccamento ad esse. L'ansia ci segnala la linea di confine in quanto l'ansia si manifesta nelle vicinanze del confine. Di solito mettiamo in atto una strategia automatica per sopperire all'ansia (cibo, Tv, fumo, iperattività, sonno...) e per non fare veramente i conti con la limitazione e sofferenza che la mancanza di libertà e di spazio generano.

 

La difesa consapevole dal giudice ci permette di attraversare il confine, per un momento l'immagine si sgretola e scompare, usciamo da un'abitudine, perdiamo il senso di identità, non sappiamo chi siamo. In tutto questo c'è una dose di rischio che di solito ci fa evitare l'attraversamento del confine per comodità, abitudine, timore. Nello stesso tempo superare le linee di confine, rischiare l'apparente sicurezza, lasciar andare le immagini, è anche una grande possibilità di espansione, creatività, spazio, gioia di essere se stessi, risorse, libertà.

 

La voglia di rischiare è proporzionale all'intento: più è chiara la direzione interiore di vivere la verità di chi siamo, più siamo disponibili a sfidare confini, a lasciar cadere maschere, a entrare nello sconosciuto presente.

 

Uscire dalla stretta prospettiva del giudice apre all'esperienza dello Spazio, della nostra Vera Natura, il bisogno di difendere la nostra immagine, come vorrebbe il giudice, cade, immagini e definizione scompaiono lasciando il posto ad una reale esperienza di noi stessi e dello Spazio, percepito come Vuoto, immensamente vasto, privo di contenuto con un senso di pienezza e appagamento.

 

Compiacenza

 

Nel mio lavoro spesso incontro persone che lamentano il disagio di essere troppo compiacenti, troppo disponibili, di non saper dire di no, di sentirsi in colpa se lo fanno e di conseguenza di tornare spesso sui propri passi.

 

La compiacenza è una maschera che diventa pesante da portare in quanto non corrisponde al vero sentire.

Di solito frustrazione, rabbia e un senso di non valore sono i sintomi di questa pesantezza e sono anche i sintomi che la maschera del compiacente comincia a diventare pesante, non ha più l'aderenza del passato, l'identificazione si sta scollando.

 

Più l'identificazione con la maschera è forte, più il comportamento è automatico. Anche se in questa situazione può emergere disagio, di solito viene messo a tacere con compensazioni, convinzioni e giudizi verso se stessi e gli altri.

 

A mano a mano che la compiacenza si fa pesante da sostenere, il conflitto interno tra dovere e essere diventa più evidente.

Questo conflitto di solito viene percepito come divisione tra due parti contrastanti: una che deve essere compiacente e l'altra che si ribella a questo.

 

Il primo passo è riconoscere il conflitto. Il secondo passo è riconoscere che il dover essere è sostenuto dal giudice interiore che spinge, in base a canoni imparati dal passato, a comportarsi in un dato modo per essere riconosciuti, per essere visti, appartenere, per paura di perdere l'amore, il contatto, di rimanere soli e di non farcela.

 

Il terzo passo è difendersi consapevolmente dal giudice e sostenere la propria verità, il proprio sentire cambiando attitudine esterna.

 

Interrompere un meccanismo di comportamento non è facile, richiede soprattutto assunzione di responsabilità verso se stessi.

 

La responsabilità vissuta come abilità a rispondere invece che reagire, diventa il focus, l'ancora, il punto di unione con noi stessi che scollega il robot abitudinario che è in noi.

 

Qualunque meccanismo ripetitivo è una difesa che abbiamo imparato nell'infanzia per sopravvivere, che nel corso del tempo si è affinata. Più lo guardiamo da vicino, più ci rendiamo conto della sua limitazione nel presente.

 

Il dover essere è l'ipnosi che ci tiene legati al passato, al venire meno a noi stessi per quello che siamo ora. Lo possiamo riconoscere dall'impatto energetico, emozionale, fisico che si presenta con una serie di sintomi di contrazione e tensione, come quando eravamo bambini spauriti costretti ad adattarci.

 

Da adulti Essere diventa pregnante, è la base del nostro ben-essere, è la possibilità di vivere nella pienezza, nella gioia, di tenere viva la nostra passione, vitalità, curiosità…

 

L'essere umano può andare oltre la sopravvivenza e entrare nella Vita mettendo se stesso al centro della propria esistenza, dando valore al proprio sentire, al proprio corpo, alla propria energia, alle emozioni e sensazioni, alla propria volontà, riconoscendo che il presente è un campo di possibilità e risorse.

 

La compiacenza è uno sbilanciamento verso l'esterno, ritornare in asse è tornare a Sé.

 

 

Ansia da prestazione

 

Chi può dire di non averla mai provata?

Quel senso di agitazione, di respiro corto, una perdita di radicamento e di lucidità.
Viene spesso associata alla paura in quanto contiene la paura di non farcela, di non essere in grado, di deludere le aspettative che supponiamo qualcuno ha nei nostri confronti.

 

La proviamo alla soglia di un evento, di una prova, un appuntamento, un incontro, un colloquio di lavoro, a letto con un nuovo amante… le occasioni possono essere diverse.
Quello che le accomuna è un sentire, una spinta interna a fare qualcosa per essere all'altezza della situazione e nel sottofondo, il timore di non essere in grado.

 

Dall'ansia immaginiamo una serie di possibilità di solito catastrofiche dove l'esito positivo diventa così fondamentale da perdere risorse e spontaneità e naturalezza e rilassamento che sono la base per attingere alle risorse.

 

Ci sono delle modalità con le quali tentiamo di gestire automaticamente l'ansia di prestazione:

 

Ci sono delle risorse per far fronte a tutto questo.
Hanno a che fare con la presenza.

Innanzitutto riconoscere che cosa sta succedendo dentro, il timore, l'ansia, la paura di fallire, l'automatismo della difesa che sta per scattare o è scattata.
Il secondo passo è tornare al momento presente, spostando consapevolmente l'attenzione dai sintomi fisici, emozionali, energetici, mentali a qualcosa che è presente nel momento.
Lo spostamento dell'attenzione richiama tutta l'energia all'asse centrale del SONO QUI, HO RISORSE.

Per esempio un buon modo è portare attenzione alle gambe, ai genitali, alla pancia, all'Hara e trovare il radicamento, il contatto con il pavimento, con la terra.
Tutto diventa più chiaro quando siamo radicate, quando l'asse è di nuovo nel presente, verticale nel presente, non obliquo nel passato o nel futuro.

 

Anche le emozioni si pacificano e l'ansia scompare e i nostri atti, le nostre parole, i nostri gesti diventano veri e fluidi e nella presenza arriva ciò che è necessario nel momento: arriva il coraggio, o l'innocenza, o l'amore o il rilassamento, o la gioia, o il piacere….

 

Nell'iconografia induista Durga è rappresentata come una donna regale che cavalca una tigre.
E' così rilassata e dignitosa nella sua veste rossa.
La trovo un simbolo di presenza e Forza che ciascuna di noi donne è.
A volte la tigre non è mansueta, bisogna domarla, e per domarla comprenderla. Così l'ansia, va compresa e domata con il fuoco della presenza.

 

 

Dalla competizione alla bellezza

 

La competizione è un argomento interessante da aprire in quanto seppure a livelli diversi, ci può coinvolgere come donne.
Ha diverse sfaccettature.
Le donne spesso competono con altre donne per:

 

Che cosa sostiene la competizione?
Il giudizio, la paura di essere da meno, un senso interno di non valere.
Si, siamo al “solito punto” il non valore e il riconoscimento.
Come uscirne?

 

Prima di tutto auto-sostenersi nel riconoscere che c'è competizione, vedere e sentire che cosa dentro di noi è toccato e la crea.
Accorgerci del tornaconto a stare in quella prospettiva e anche della perdita.
Il tornaconto è personale, soggettivo, cambia a seconda delle situazioni e circostanze, ha a che fare con la personalità e il suo funzionamento nella sopravvivenza.
La perdita ci riporta all'Essere in quanto di solito è una perdita di spontaneità e di naturalezza, fondamentalmente di integrità.

 

Nel momento in cui ci mettiamo nella competizione assumiamo un'attitudine di dimostrare qualcosa, ci allontaniamo da noi stesse per mostrarci più brillanti, più capaci, più sexi, più attraenti, più… più.. usiamo mezzi di manipolazione, aggressività e giudizio per farlo.
Ci separiamo da noi stesse perdendo integrità, ci separiamo dall'altra persona giudicandola e creiamo una realtà quanto meno di sforzo e anche di falsità.
Accorgerci di tutto questo e decidere consapevolmente quale delle due strade vogliamo seguire:

 

Il cuore della Via siamo noi stesse, emana bellezza, non è così difficile trovarlo quando verità e amore guidano i nostri passi.

 

 

Il Valore nel femminile

 

Essere noi stesse, libere come l'aquila che vola negli spazi infiniti del cielo e dall'alto vede prospettive ampie, senza confini…
E' possibile?

La svalorizzazione chiude lo spazio, come ampliarlo?

 

Per recuperare il Valore è necessario fare i conti con l'attività del giudice interiore o super ego, l'interiorizzazione delle figure di autorità che abbiamo incontrato nella nostra vita, a partire dai genitori, insegnanti, maestri spirituali, con i loro valori e credenze, criteri di accettabilità e non, codici morali e regole che sono diventati un territorio conosciuto nel quale ci muoviamo o al quale reagiamo in nome di una libertà che non può essere tale se dettata dalla reattività.

Garantirci la sopravvivenza è la missione principale del nostro giudice interiore, lo ha fatto nell'infanzia, possiamo anche essergli grate per questo, ma in età adulta diventa limitante sottostare a regole e codici che non ci appartengono e allo stesso modo diventa estenuante lottare contro di essi.

In età adulta il programma di sopravvivenza è limitato e limitante, come un vecchio CD che si inceppa sulla stessa traccia, distorce il suono, si ripete è disarmonico.

 

Come femmine abbiamo ricevuto un condizionamento sul dover essere che ha un retaggio oltre che famigliare, collettivo, che non è certo stato leggero.
L'attività del giudice, per lo più inconscia e automatica, non è soltanto mentale, coinvolge tutto il nostro sistema psico-fisico, in particolare il sistema nervoso.
Ci sono sintomi di contrazione, chiusura, irrigidimento nel corpo e sintomi emozionali di reattività, rabbia, pianto, sofferenza, vergogna, umiliazione, isolamento, conflitto, senso di colpa, paura di non farcela, impotenza, il sentirci troppo o inadeguate, che ci segnalano la presenza del giudice interiore e la svalutazione in atto.

 

Con l'attenzione e la presenza iniziando dal corpo e dal sentire, è possibile portare dall'inconscio alla consapevolezza l'attività del super ego.
Possiamo così riconoscere, momento dopo momento, quale delle figure di autorità interiorizzate si è attivata (mamma, papà, nonna, insegnante….) e ricorrere a tecniche base (come lo stop, usando l'aggressività contro il nostro giudice per difenderci consapevolmente da lui) e poi usare tecniche più raffinate per fermare i suoi tentativi di sabotaggio e svalutazione e vivere anziché sopravvivere.

 

Insegno queste tecniche nei percorsi sulla Libertà di essere se stessi e il giudice interiore che facilito da anni con gioia e passione.

 

Grazie a questi strumenti la prospettiva della realtà, del mondo e di me stessa si è ampliata e ora vedo che i confini non esistono se non nella mente condizionata e nel corpo fisico che è impermanente e trovare Chi sono è una scoperta continua che mi incuriosisce e mi apre.

 

 

Essere Donna: Essere Valore

 

Nel femminile c'è una ferita profonda, più o meno conscia, che riguarda il valore.
Riconoscere questa ferita ed esporla prima di tutto a noi stesse non è facile per quanto sia necessario. La storia personale e il collettivo hanno generato stereotipi, modelli, condizionamenti che agiscono da filtro all'apertura, sia della ferita, che al riconoscimento del valore che siamo, non solo in quanto donne, bensì come esseri umani che esistono in questo preciso momento.

 

L'attività del giudice interiore è centrata sull'attacco al nostro valore e la svalorizzazione del femminile è uno dei modi con cui agisce creando una sovrastruttura in più, che si nutre del condizionamento ricevuto nell'infanzia, dalla società e dalle generazioni passate che hanno lasciato tracce di non valore, nella mente collettiva e nella vita personale di noi donne.

 

Maschere e credenze:

 

Usiamo molte maschere per nascondere la ferita:

 

la compiacenza, la seduzione, la vittima, l'assunzione di modalità maschili di comportamento, competitività sia con gli uomini che con le altre donne, castrazione del partner, aggressività, svalutazione del maschile e del femminile, dipendenze.

 

La maggior parte di queste maschere ci portano all'isolamento o a una ricerca compulsiva del contatto con la conseguente incapacità a stare da sole.

Le credenze che sostengono le maschere o difese che ci mettiamo sono numerose e diverse per ciascuna di noi.

 

Alcuni esempi:

 

 

Queste credenze hanno origine dalla storia personale e dal rapporto con i genitori nell'infanzia e adolescenza, spesso sono così invisibili che l'identificazione con esse è totale.

 

A volte ciò che mostra la maschera o comincia a sgretolarla è un evento forte che comporta un cambiamento improvviso nella vita, come un lutto, una separazione, una malattia.

Oppure un senso di peso, di disagio, di sforzo, di non essere vere, o un senso di mancanza, non necessariamente definito nel suo contenuto, per cui non sappiamo cosa manca, ma che genera dolore, scontento, frustrazione.

 

Le donne operate al seno, all'utero, entrano spesso in un vortice di svalutazione, dovuto al cambiamento d'immagine del loro corpo.

 

Le donne che hanno subito abusi sessuali sperimentano uno strato di vergogna e colpa che inibisce la percezione del corpo e sposta l'attenzione e l'energia in alto, verso la testa, e/o vivono in uno stato di shock dove il senso del proprio valore è smarrito.

 

Le donne che entrano in menopausa associano questo importante momento della vita a una perdita: di bellezza, di desiderio, vitalità, possibilità di essere attraenti e di valore.

 

In momenti come questi, o in altre circostanze di difficoltà e disagio, abbiamo modi diversi di reagire. Alcune donne entrano nell'isolamento, si chiudono in se stesse, si irrigidiscono nello sforzo di farcela da sole. Altre donne, all'opposto, reagiscono buttandosi all'esterno, nello shopping a oltranza, nel pettegolezzo, nel super lavoro, la carriera, il fare.

Sono reazioni che operano a favore del nostro giudice interiore e consolidano la sua visione di noi stesse e del mondo. A mio avviso è necessario comprendere quello che mi sembra il denominatore comune di tutte le reazioni: l'allontanamento da chi siamo veramente.

Aprirsi, condividere, confrontarsi con altre donne, trasmetterci informazioni, esperienze, vissuti, può sostenerci nel cambiamento e generare trasformazione nell'amore e nella consapevolezza.

 

Alcuni esempi.

 

G. è una donna di circa 50 anni, in seguito a una operazione chirurgica al seno, entra in uno stato di profondo malessere e crisi che dapprima cerca di negare anche a se stessa. Quando decide di chiedere aiuto, in seguito ad un attacco di panico, scopre di non riconoscersi più come donna, di sperimentare un senso di mancanza e un buco di valore che copre con la maschera del “non è mai successo nulla”, “tutto è normale”, evitando di parlare della sua malattia, della Chemio alla quale si è sottoposta, e negando la paura di non farcela e di morire.
Nel frattempo nella relazione con il suo compagno l'intimità e il desiderio sessuale sono venuti meno, si vergogna profondamente del cambiamento del suo corpo, sente di aver perso la bellezza.
“Una donna brutta sarà sempre derisa e respinta, non ha valore” dice il suo giudice e per non rischiare di essere rifiutata, è lei stessa che si allontana diventando fredda e distante.
“Il dolore e la vergogna sono così forti che per non sentirli continuo a fare, fare, rinnovo casa e guardaroba, compro cose che non mi servono in un compulsivo tentativo di riempimento, di fatto sono io che mi sento vuota e incompleta”.

 

L. è una donna di circa 40 anni, casalinga, sposata con due figli.
Scopre che il figlio maggiore di 16 anni, fa uso di droghe. Entra in una profonda crisi che gradualmente si estende al suo rapporto con il marito. Avverte una perdita di senso e depressione che la porta a isolarsi dagli amici, dai suoi interessi che prima erano vivi, a chiudersi in un “guscio nero”, come lei stessa lo definisce.
Quando inizia a riconoscere che il suo giudice è parte fondamentale del suo stato di sofferenza e dell'isolamento nel quale è entrata, diventa consapevole anche di altri elementi .
“Non sono una brava madre” è il suo giudizio di base e si accorge che il confronto con la sorella maggiore contribuisce a rendere questo giudizio reale. Si rende conto che il senso di fallimento in relazione al suo considerarsi una madre inadeguata, è per lei causa di vergogna, colpa e chiusura. Per tanto tempo ha cercato di coprire il suo buco di valore con lo sforzo di essere una brava figlia, moglie e madre.
Inizia il suo cambiamento andando incontro a un sentire più vero, ai propri bisogni ai quali aveva rinunciato relegando se stessa nei ruoli, e soprattutto mettendo il suo valore nella buona riuscita di questi ruoli.
Il dolore per il figlio rimane, sono scomparsi il senso di colpa e l'inadeguatezza.

 

F. è una donna cresciuta con quattro fratelli maschi e con il desiderio di essere come loro, libera di muoversi, uscire, rientrare senza orari, senza controlli da parte della madre e soprattutto riconosciuta dal padre che lodava le capacità dei fratelli e a suo parere li considerava più di lei. La strategia che ha messo in atto è stata il fare, entrando in competizione prima con il fratelli e poi con gli uomini, per provare a tutti (il padre in particolare) di essere meglio di loro, nascondendo, anche a se stessa, un senso di frustrazione e di paura che prima o poi qualcuno le dicesse: “Non sei abbastanza, del resto sei una femmina, e per tanto debole”. Nel suo percorso di consapevolezza si è accorta di essersi allontanata dalla sua femminilità, di aver fatto l'impossibile per negarla per quel giudizio di debolezza che la metteva nello sforzo continuo per mostrarsi forte, instancabile, sempre in prima linea, superare prove, negare i propri bisogni. E' stato il suo corpo a darle segnali inequivocabili con una malattia grave. Ha lottato per non ascoltarlo e poi si è arresa. Arrendersi ha voluto dire scollarsi dall'immagine esterna di sé, (come voleva essere vista dagli altri) correre il rischio di cambiare abitudini nel campo lavorativo, ammettere che il corpo non poteva reggere certi ritmi, concedersi rilassamento e riposo, prendersi cura di sé. Ha ritrovato un contatto più vero con se stessa, con il suo corpo, con la sua femminilità, sta imparando ad amarsi, la creatività che nella sua vita già era presente fiorisce di nuovi progetti. Sperimenta maggiore solidità e presenza che sono le qualità del Valore.

 

 

La mia esperienza: dal non valore al riconoscimento Io sono Valore.
“Donna non si nasce, lo si diventa”.
Questa frase di Simone De Beauvoir mi ha accompagnata sul sentiero di ri-connessione alla mia femminilità e al mio essere Donna.

 

La mia storia personale contiene elementi di rifiuto, messaggi di svalorizzazione così come è stato per molte altre. Ciò che mi ha sostenuta nel percorso è stato il si radicale ai miei bisogni, al sentire, imparare a stare presente, a rispettare i miei ritmi, dare spazio alla creatività, smettere di fare la vittime di mia madre e di mio padre, fare i conti con le immagini di me che mettevo fuori per essere vista in un certo modo e sentirmi sicura e con le immagini di me più nascoste, più interne che ho trovato cariche di emotività e reattività.

 

Praticare meditazioni attive, tecniche energetiche di yoga, bioenergetica, sono state una risorsa fondamentale nel processo.

 

Mi ha sostenuta la disponibilità a rischiare, invece che bloccarmi nel timore di sbagliare, farmi domande che hanno rotto lo status quo del mio giudice interiore, del dare per scontato. Ho imparato a mettere confini sani, a dire si/no nel contatto e rispetto di me stessa, guardando in faccia l'attitudine alla compiacenza che mi portavo appresso. Ho smesso di giudicare i miei limiti.

Ho anche smesso di definire che cos'è il femminile e mi sono aperta e mi apro alla scoperta del femminile che vivo in me e vedo nelle altre donne, nel suo mistero e complessità.

 

Non è il sesso biologico che ci fa donne, diventiamo donne crescendo e maturando un senso e un'esperienza che il Valore è qui, non ha a che fare con il riconoscimento che qualcun altro ci può dare o togliere, se non lo sentiamo significa che siamo sotto il dominio del giudice interiore e di tutto ciò che esso rappresenta. Valgo se... viene dopo l'esperienza di Sono Valore che abbiamo vissuto nel grembo di mamma e nei primi mesi di vita. Nessuno e niente può colmare il vuoto di valore se non una presa di coscienza individuale e collettiva che può nascere da una radicale decisione di vivere nel presente, difendersi consapevolmente dal giudice interiore, prestando attenzione al condizionamento che si attiva attraverso giudizi, credenze. Sentire profondamente “Io sono valore” è onorare la forza della vita che scorre dentro, è affermare il diritto ad esistere Ora, è tagliare il cordone ombelicale con il passato e affermare l'autonomia dal conosciuto, è individuazione da modelli e valori, che possiamo lasciar andare se non ci corrispondono o accettare se per noi hanno un senso.

 

Da qui, per me viene la gioia di essere me stessa, di muovermi nel mondo con curiosità e pienezza, incontrando ciò che arriva con le risorse che si manifestano di volta in volta e spesso mi sorprendono nella loro semplicità e immediatezza.